Ultima scoperta: il primo quarto di vita potrebbe essere il tuo peggior periodo esistenziale

Due studi statunitensi indipendenti pubblicati quest’anno rivelano che il primo quarto di vita di un individuo, specialmente la seconda metà dei vent’anni, potrebbe rappresentare il peggior periodo esistenziale.

Nella maggior parte dei casi, solo quando ci si avvicina all’età adulta la gente inizia ad approcciarsi al primo lavoro, a fare scatoloni per poi trasferirsi in una casa propria e a vivere soli senza il supporto materiale dei genitori.

C’è ingiustizia nella definizione di “adulto”

I ventenni cercano fin da subito di stabilire il proprio status da persone adulte poichè, al di là dei titoli di studio posseduti, contratti di lavoro sottoscritti, riconoscimenti personali e/o altro, vengono ancora considerati “ragazzini” specialmente prima di convolare a nozze e avere figli.

Questa precarietà genera nei giovani adulti stress, insicurezza e dolore psicologico e la generazione attuale ne soffre molto di più delle precedenti.

Negli anni ’40 e ’50 del 1900, il senso di inadeguatezza prima dell’età adulta si aggirava intorno ai 30 anni, invece adesso la curva è scesa ai 25 e secondo gli psicologi potrebbe andare ancor più giù a causa di un mix di fattori storici, politici, sociali ed economici.

Indipendentemente dalle cause, la crisi del primo quarto di vita spesso può perdurare diversi anni o ripetersi.

Come ha inizio la crisi

Il tutto ha inizio con la sensazione di essere costretti a dover trovare un impegno di carattere lavorativo o una casa.

I giovani adulti accettano un lavoro anche se non rappresenta la propria aspirazione, affittano appartamenti, iniziano a costruire solide relazioni, ma successivamente si sentono intrappolati come se dovessero “fingere” di appartenere alla sfera adulta.

La fine degli anni venti e l’inizio dei trenta potrebbe significare una parte nera della vita, di vagabondaggio.

Durante questi anni le persone trovano la certezza nei pensieri e sentimenti negativi, entrando in uno stato psicologico scientificamente dannoso per il benessere.

Ad un certo punto, eventualmente, per una serie di motivi decidono di troncare le relazioni amorose, il lavoro o i gruppi di amici.

Ci si separa a volte e si resta in totale solitudine, anche senza volerlo.

Chi incappa in questo circolo vizioso tende per molto tempo a riflettere e a ricalibrare i propri piani, estraniandosi dal resto del mondo, fino a scoprire nuovi hobby, gruppi sociali, amori e, infine, ad uscire completamente dalla crisi provando felicità e chiarezza su ciò chi si desidera.

Questo ciclo porta con sè dolore psicologico, ma può anche rivelarsi un’opportunità più unica che rara per crescere dal momento che un’età adulta ponderata può creare un futuro più significativo e soddisfacente.

Lo studio di Happify svela l’inizio e la fine della crisi

Parlando di statistiche, dal 2015 esiste Happify, un’ applicazione scaricabile qui per Android e qui per iOS.

Mediante l’applicazione in circa 88.000,00 hanno dato testimonianza che le persone provano stress esponenziale tra la fine degli anni venti e l’inizio dei trenta.

I livelli di stress avanzano moderatamente negli anni trenta e quaranta, restano stabili per circa 20 anni, per poi calare con l’avvicinarsi del pensionamento.

Tuttavia, anche se il senso di inadeguatezza aumenta negli anni trenta e quaranta, l’impatto emotivo delle persone non oscilla più divenendo più positivo.

L’aumento delle emozioni positive arriva, di conseguenza, alla fine degli anni trenta e si inizia a percepire un netto miglioramento e soddisfazione generale della propria vita.

Ecco, nello screenshot seguente, la curva che testimonia l’entrata e l’uscita dalla crisi in termini di età:

Come e quando si esce dalla crisi

Questa strada verso la positività inizia anche con la predisposizione forzata degli individui di trovare nuovi stimoli per scappare da stress interpersonali, lavorativi e familiari.

Uscire dalla crisi del primo quarto di vita non sempre avviene naturalmente, bisogna apportare al proprio essere dei radicali cambiamenti.

Crescendo l’individuo impara a sviluppare la padronanza psicologica, a controllare le proprie emozioni e a farsi “scivolare” ciò che di superfluo accade senza che gli istinti prendano il sopravvento.

La bellezza del diventare attempati

E’ anche comprovato dallo studio che invecchiando si impara a mettere la vita in prospettiva, a guardare le cose da un angolazione più positiva, a credere di più in se stessi.

Avendo il controllo di ciò ci si rende conto che le emozioni effimere non hanno più quell’interferenza sulla psiche dell’individuo come in età giovanile.

Pertanto, anche se la strada verso la vecchiaia è vista con un occhio di malinconia o tristezza, paradossalmente è un processo positivo e, con i giusti sforzi in giovane età, regala una vita felice senza rimpianti.

Fonte: HBR

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