Rapporto medico paziente in pandemia COVID-19: come è cambiato?

Il rapporto medico paziente nella pandemia da Covid-19 è stato ostacolato per le necessarie misure di sicurezza, un medico racconta la sua esperienza

Il rapporto medico paziente è alla base di una buona pratica sanitaria. Immaginate cosa potrebbe accadere se un paziente non si fidasse del medico e rifiutasse una terapia salva vita o un esame che permette di conoscere in tempo una condizione patologica.

Fiducia e comprensione

Per questo è fondamentale che il medico riesca ad instaurare un efficace rapporto medico paziente, basato sulla fiducia e sulla comprensione. Sì, anche la comprensione deve essere ambo le direzioni. Il paziente ha il diritto di comprendere la sua condizione e le sue possibilità terapeutiche. Con l’aiuto del medico che deve essere abile ad adattare il suo linguaggio alla persona che ha di fronte. E d’altra parte il medico dovrebbe comprendere le necessità del paziente per raggiungere un obbiettivo comune. Paziente e medico dovrebbero comunicare in maniera attiva.

La pandemia da COVID19 ha messo a dura prova il rapporto medico paziente. Mascherine, guanti e visiere hanno impedito un contatto diretto con i pazienti e, cosa non meno importante, con i famigliari dei pazienti.

Rapporto medico paziente: parla un medico che ha vissuto l’emergenza

Sul New England Journal of Medicine un oncologo americano narra la storia di un paziente COVID-19. Il reparto di origine del medico è stato riconvertito in una terapia intensiva.

La storia del signor M.

Uno dei pazienti COVID-19 è stato il signor M., un arzillo 87enne. Appena 3 settimane prima era stato con la sua famiglia italiana numerosa per prendere parte al rituale gioco di bocce della Domenica. I medici hanno collegato il signor M. per 10 giorni al ventilatore, poi la situazione stava migliorando, l’hanno estubato. Ma a causa del periodo in terapia intensiva era senza forze e delirante. Dopo 24 ore è peggiorato e il suo stato mentale era compromesso. Il team medico era consapevole che una seconda intubazione avrebbe solo sottoposto a danni il paziente senza migliorie. Il team medico conosce bene i danni da ventilazione a livello cerebrale e sa che un periodo di ventilazione prolungato è rischioso.

Come si fa a dire ad una famiglia che il loro caro è prossimo alla fine, pur avendolo visto qualche settimana prima con delle bocce da gioco in mano?

La situazione non permetteva una conversazione faccia a faccia con i parenti e impediva di far veder loro la reale e drammatica situazione del Signor M.

Il team medico ha intuito che il signor M. e la sua famiglia avevano sviluppato uno stretto rapporto con il suo medico di base per diversi decenni. Così hanno chiamato quel medico. Gli hanno spiegato che la situazione era gravissima e che reintubarlo sarebbe stato inutile. Dopo essersi informato a dovere, il medico di base ha parlato alla famiglia con un livello di fiducia che solo anni di rapporto possono costruire, spiegando l’inutilità di un’altra intubazione.

La famiglia ha compreso e ha deciso di non far procedere per una seconda intubazione.

Fede e fine vita

Il signor M. era cattolico e la famiglia ha chiesto di far celebrare il rito cattolico di estrema unzione. I medici hanno reso possibile il tutto chiamando il cappellano di guardia, che ha seguito tutti gli standard di sicurezza e dal cellulare con videochiamata, i parenti hanno potuto ”assistere” al sacramento.

Dopo la videochiamata le politiche dei visitatori in rapida evoluzione hanno permesso alla figlia maggiore di indossare tutte le misure di sicurezza e di stare con il papà nel momento della fine.

Il medico che riporta i fatti dice: senza comunicazione, senza il medico di base, senza il cappellano o senza la figlia del signor M., potrebbero verificarsi esiti inaccettabili: asfissia, inutili cure mediche, negazione di un rito sacro, morire da soli.

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