In viaggio per 389 giorni: la spedizione MOSAiC si è conclusa

Vi ricordate della spedizione MOSAiC? Di quell’ ambizioso progetto di ricerca nell’ Artico che ha avuto inizio nel settembre dell’anno scorso? Bene, dopo 389 lunghi giorni pieni di difficoltà legate al freddo polare, al buio e al Covid, la rompighiaccio tedesca Polarstern, protagonista di questa avventura, è tornata in porto. La missione si è conclusa.

spedizione MOSAiC
Arrivo della Polarstern nel porto di Bremerhaven. (Credit: Alfred-Wegener-Institut / Joachim Hofmann)

Questa straordinaria e ambiziosa missione scientifica è terminata lo scorso 12 ottobre, quando la rompighiaccio Polarstern (“stella polare” in tedesco) è approdata nel porto di Bremerhaven, città tedesca affacciata sul Mare del Nord. Al suo arrivo, una folla festante di appassionati e curiosi si è riunita qui per dare il benvenuto all’equipaggio.

Spedizione MOSAiC in sintesi: di che si tratta?

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(Credit: Alfred Wegener Institute)

MOSAiC è il nome della spedizione artica, guidata dal ricercatore Markus Rex e organizzata dall’ “Alfred Wegener Institute”. Essa ha coinvolto circa 500 esperti provenienti da 20 Paesi differenti; senza considerare le circa 300 persone che hanno lavorato dietro le quinte, per rendere possibile l’impresa.

L’obiettivo della spedizione? Raccogliere dati per poter studiare meglio l’ecosistema artico, la formazione e il movimento degli iceberg, ma soprattutto gli effetti del riscaldamento globale al Polo Nord che stanno causando un pericoloso ed incessante scioglimento dei ghiacci.

I membri dell’equipaggio si sono imbarcati sulla Polarstern e sono partiti il 20 settembre 2019 dal porto di Tromsø (Norvegia). Una volta giunta al largo delle coste siberiane, nel mare di Laptev, la rompighiaccio si è piazzata su una banchisa di ghiaccio e si è lasciata andare alla deriva, trasportata dalle correnti, fino al Polo Nord.

È una missione unica nel suo genere perché, per la prima volta nella storia, dei ricercatori hanno trascorso l’inverno vicinissimi al Polo Nord.

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Tra freddo gelido e pandemia: dove eravamo rimasti?

Le ricerche sono andate avanti senza troppi problemi durante l’autunno 2019 e l’inizio dell’inverno. Infatti, l’equipe si era già addestrata per fronteggiare ostacoli che sarebbero stati all’ordine del giorno: temperature fino a quasi -40 °C, mesi di totale assenza di luce, nostalgia dei propri cari ed incontri ravvicinati con gli orsi polari. Ma, certamente, una pandemia nessuno se la sarebbe immaginata.

Così, il coronavirus ha costretto gli organizzatori a ripensare la logistica, in modo tale da consentire a nuovi scienziati di rimpiazzare quelli che già per mesi avevano prestato servizio a bordo della nave tedesca. Nel frattempo, un membro della squadra di sorveglianza aerea è risultato positivo al virus; l’uomo si è messo in isolamento e i suoi compagni si sono dovuti sottoporre a quarantena.

Misure di confinamento adottate da diversi Paesi, come la chiusura delle frontiere e, di conseguenza, la cancellazione dei voli internazionali, hanno aggravato ulteriormente la situazione. Per cui, le turnazioni sono slittate di un paio di mesi e l’equipaggio della Polarstern è rimasto tagliato fuori dal resto del mondo.

Dopo due mesi in solitaria, a maggio la Polarstern ha lasciato la banchisa d’origine per raggiungere due navi più piccole, provenienti dalle isole Svalbard, con a bordo nuovi scienziati pronti a dare il cambio ai colleghi. Così, la Polarstern ha dovuto lasciare la posizione per circa un mese, tuttavia la strumentazione è rimasta lì per continuare la raccolta dei dati.

Per fortuna, la ricerca non si è fermata nonostante queste difficoltà. La nave, infatti, ha ripreso il suo viaggio alla deriva, incagliata in un’altra banchisa , fino a quando, a fine luglio 2020, quest’ultima non si è distrutta in mille pezzi.

Ciò era stato previsto, dal momento che gli scienziati avevano assistito ad un progressivo scioglimento del ghiaccio.

Fortunatamente, l’attrezzatura lasciata attorno alla nave, era stata ritirata a bordo proprio il giorno prima della definitiva rottura della piattaforma.

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La Polarstern nei pressi del Polo Nord: il fragile ghiaccio marino si sfalda al passaggio della nave.
(Credit: Alfred-Wegener-Institut / Steffen Graupner)

Alla fine, dopo 3400 km percorsi, il 12 ottobre 2020, la nave è giunta a Bremerhaven, segnando la fine di questa spedizione epica.

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150 terabyte di dati ed oltre 1000 campioni di ghiaccio, un vero e proprio “tesoro”

“Nell’ultimo anno abbiamo allargato i confini di ciò che è fattibile nella ricerca artica. Abbiamo battuto diversi record (…) e ridefinito il paesaggio per la futura ricerca artica. Abbiamo raggiunto un grande risultato e credo sia giusto dire che la spedizione sia stata una pietra miliare nella ricerca polare. Ora siamo tornati con un tesoro di dati e campioni che cambieranno in modo permanente la ricerca sul clima.”

Markus Rex, capo della spedizione MOSAiC
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Alcuni membri del team a lavoro. ( Credit: Alfred Wegener Institute, Roland Kerstein)

In effetti, la mole di informazioni raccolte, durante tutte e quattro le stagioni, è veramente enorme: 150 TB di dati e più di 1000 campioni di ghiaccio saranno oggetto di studio dei ricercatori per i prossimi dieci anni!

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(Credit: Alfred Wegener Institute, Stefan Hendricks)

L’obiettivo comune resta quello di studiare ancora meglio l’ecosistema artico, per poter sviluppare modelli che ci aiutino a prevedere e a prevenire gli effetti del riscaldamento globale.

Niente più ghiaccio in estate tra pochi decenni

Purtroppo, i ricercatori della Polarstern, al loro ritorno, non hanno portato solo buone notizie:

“L’equipaggio ha assistito, in realtà, a come l’oceano Artico stia morendo, in quanto è l’epicentro del cambiamento climatico. In corrispondenza del Polo Nord, addirittura, abbiamo trovato un ghiaccio molto eroso, fragile e sottile.”

Markus Rex

Infatti, immagini satellitari statunitensi hanno dimostrato che il livello dei ghiacci artici di quest’estate è stato il secondo più basso mai registrato dal 2012 ad oggi.

Insomma, c’è il rischio concreto che, tra pochi decenni, le gelide estati polari siano solo un ricordo.

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(Credit: Rolf Gradinger)

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